AA.VV.: (Calzona, A. - Connors, J. - Fiore, F. P. - Vasoli, C. ed.), Leon Battista Alberti, architetture e committenti. Atti dei Convegni internazionali del Comitato Nazionale VI centenario della nascita di Leon Battista Alberti (Firenze, Rimini, Mantova, 12-16 ottobre 2004), (Ingenium, vol. 12), 17x24 cm, 2 tomi di xii-818 pp. con 240 figg. n.t. e 15 tavv. f.t. a col., isbn 978 88 222 5742 0, euros 90,00
(Olschki Editore, Florence 2009)
 
Compte rendu par de Bosio Stefano, Università di Torino
(stefano_debosio@yahoo.it)

 
Nombre de mots : 4528 mots
Publié en ligne le 2010-01-08
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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Leon Battista Alberti. Architetture e committenti raccoglie gli atti del convegno tenutosi nel 2004 tra Firenze, Rimini e Mantova, parte integrante di un più ampio progetto scientifico ed editoriale curato dal Comitato nazionale per le celebrazioni del VI centenario della nascita di Leon Battista Alberti, in collaborazione con il Centro studi L. B. Alberti di Mantova e Villa I Tatti (1). Finalità del convegno era proporre una riflessione aggiornata sulle singole architetture progettate da Leon Battista Alberti «l’umanista che seppe farsi architetto» (Francesco Paolo Fiore nella Premessa), analizzando in particolare il rapporto da questi intrattenuto con la committenza (2). Scegliendo un criterio geografico per l’organizzazione dei saggi (con sezioni dedicate alle architetture albertiane a Firenze, Ferrara, Roma e Urbino, Rimini, Mantova) i due tomi di cui si compone l’opera restituiscono la versatilità progettuale albertiana nei confronti di una committenza diversificata, specchio della frastagliata articolazione geografica e culturale dell’Italia quattrocentesca. Più sezioni prevedono inoltre un contributo sulla storia delle fabbriche albertiane in epoca moderna, rimarcando così il ruolo avuto dai vari interventi di restauro (integrativo o conservativo) nella percezione ed anche nella fortuna critica dei singoli monumenti.

          Il rapporto di Alberti con la committenza costituisce di fatto un nodo critico di indiscutibile importanza, un tema che però presenta ancora ampie zone d’ombra, derivanti anzittutto dalla scarsità (o persino assenza) di notizie sulla natura e modalità dei rapporti intercorsi tra l’architetto e diversi dei suoi committenti. I natali aristocratici, la solida cultura umanistica maturata tra Padova, Bologna e Roma, la vivace e varia produzione letteraria hanno da tempo suggerito risposte diverse al quesito fondamentale sul grado di coinvolgimento dell’Alberti nella realizzazione dei vari edifici attribuitigli. Tale dibattito, centrale nel contesto della storia dell’architettura del primo Rinascimento, tocca nel vivo la complessità e mutevolezza della figura quattrocentesca dell’architetto, ambiguamente posta tra le concrete responsabilità operative e più astratte aspirazioni sociali e di prestigio culturale, rivendicate anche per mezzo di una inedita produzione trattatistica. Ugualmente da tenere presente è il tema del ruolo del progetto e della sua messa in opera, quest’ultima spesso soggetta ad adattamenti contingenti. Trattando del caso del Tempio Malatestiano, Richard Krautheimer parlò per esempio di un Alberti «consulente umanistico di architettura», un chierico-intendente, di fatto estraneo alle fasi realizzative dell’edificio. Matteo de’ Pasti, architetto della fabbrica del Tempio, è pronto in più occasioni ad andare a Roma «da meser Alberti […] e intendere el suo parere» su questioni cruciali quali «el modo del voltare», mentre ancora aperta è la questione se l’Alberti si sia effettivamente mai recato personalmente a Rimini. Su questi temi il convegno presenta numerose indicazioni significative, sottraendosi però a una più organica riflessione, che sarebbe stata invece auspicabile, magari in sede di conclusioni.          

 

 

La sezione dedicata alle fabbriche albertiane di Firenze si apre con due contributi tesi a evidenziare i legami tra Leon Battista Alberti, nato a Genova nel 1404 e figlio illegittimo del proscritto Lorenzo, con gli altri membri della casata fiorentina degli Alberti: un vincolo di parentela non semplice, che fu al centro delle riflessioni dell’umanista nel Della famiglia.

 

          Brenda Preyer considera il radicamento territoriale in Firenze della casata, discutendo le varie fasi costruttive e il progressivo ampliamento del ‘territorio’ della consorteria degli Alberti, sviluppatosi a partire dal tardo Duecento attorno a via de’ Benci, in borgo Santa Croce. L’autrice si sofferma in particolare sul palazzo di messer Benedetto, nonno di Leon Battista, edificio individuato dai documenti come il «palazzo degli Alberti» per antonomasia, nel 1468 ereditato in buona parte dallo stesso Leon Battista.   


          Edward Wright tratta invece dei possibili echi nella produzione dell’Alberti, nelle sue scelte compositive e formali, delle dinamiche e forme di patronato artistico adottate dai suoi antenati e parenti fiorentini. Wright nota per esempio come i progetti fiorentini dell’Alberti per edifici sacri siano a vario titolo legati a ordini religiosi già in passato favoriti dalla famiglia. Cruciali appaiono in particolare l’ordine Olivetano e quello Camaldolese. Wright si interroga (ma risulta in verità difficile rispondere) sul ruolo avuto dal radicato patronato degli Alberti nella chiesa olivetana di S. Miniato al Monte e sulle analogie che legano la facciata di questa chiesa con il fronte albertiano di Santa Maria Novella. Ugualmente, l’autore propone di ricondurre la nascita del trattato albertiano del De Pictura nel contesto culturale del monastero camaldolese di S. Maria degli Angeli, individuando (arditamente) nei monaci di questo monastero, aggiornato per il tramite del priore Ambrogio Traversari sugli ultimi sviluppi della cultura umanistica, i destinatari iniziali dell’opera.

 

 

I successivi tre interventi della sezione dedicata alle fabbriche fiorentine ruotano a vario titolo attorno alla figura di Giovanni Rucellai, tradizionalmente riconosciuto come il principale mecenate fiorentino dell’Alberti.

 

          La problematicità del rapporto esistente tra Alberti e Rucellai è a suo modo esemplare delle già ricordate difficoltà che incontra ogni indagine su Alberti e i suoi committenti. Non si conservano infatti documenti che possano illuminare il rapporto dell’umanista con il potente mercante fiorentino. In particolare, colpisce l’assenza del nome dell’Alberti dalle pagine dello Zibaldone quaresimale scritto dal Rucellai, dove «appaiono i nomi di quasi ogni altra figura politica o intelletuale in vista» (I, p. 95) e si incontrano apprezzamenti espliciti della perizia di numerosi pittori e scultori. Si aggiunga che per il decennio 1450-1460, anni in cui si concentrano le iniziative architettoniche del Rucellai, non si conservano attestazioni della presenza a Firenze dell’Alberti, dal 1443 a Roma presso la curia papale in qualità di abbreviatore apostolico. Queste ed altre problematiche ancora aperte sono prese in considerazione nel contributo di William Kent, uno dei protagonisti negli anni ottanta del Novecento degli studi sulle politiche mecenatizie del Rucellai.

La committenza del Rucellai si esemplifica nel rinnovamento del palazzo di famiglia in via della Vigna nuova, nel finanziamento della facciata per la chiesa domenicana di S. Maria Novella e nella costruzione della cappella del Santo Sepolcro in San Pancrazio.

 

          Christoph L. Frommel tratta del cantiere di Palazzo Rucellai ripercorrendone le varie fasi, con particolare attenzione nel distinguere il progetto originario del 1447-1450 dall’ampliamento cominciato nel 1458, con il relativo prolungamento della facciata, reso possibile dall’acquisto della casa di proprietà dei cugini del Rucellai posta a nord del palazzo. La facciata dell’Alberti viene letta nelle sue componenti formali e compositive, nel suo originale confronto con l’antico, mediato da Vitruvio, ma anche con la contemporanea edilizia fiorentina, in particolar modo il palazzo Medici in via Larga progettato da Michelozzo. Da segnalare, nel contesto del tema Alberti-cantiere architettonico, la controversa ipotesi, condivisa da Frommel, di individuare in Bernardo Rossellino, architetto di spicco della Firenze del VI decennio, il direttore dei lavori, sia nel 1447-1451 che nel 1458, anche in virtù della profonda conoscenza del progetto albertiano denunciata dal Rossellino nella realizzazione di Palazzo Piccolomini a Pienza nel 1459-1460.

 

          Amedeo Belluzzi tratta della cappella Rucellai, allestita nella chiesa dell’abbazia vallombrosiana di San Pancrazio, le cui vicende sono notoriamente intrecciate, a partire dal 1455 circa, con quelle della facciata di Santa Maria Novella. Sono indagati i possibili motivi che portarono il Rucellai alla scelta di edificare una cappella con un sacello a imitazione del Sepolcro di Gerusalemme: un modello insolito per l’Italia del Quattrocento (ma non invece per l’area tedesca), che richiama una soluzione di notevole fortuna tra i secoli XI-XIII, ma che certo si alimenta anche delle descrizioni presenti negli Itineraria e Peregrinationes gerosolimitane. Riguardo alla responsabilità esecutiva degli eleganti commessi marmorei in marmo bianco apuano e serpentino verde di Prato che rivestono l’edicola, si prospetta la paternità di Giovanni di Bertino, figura ancora sfuggente, legata ugualmente al cantiere della facciata di S. Maria Novella e citato da Giovanni Rucellai nel suo Zibaldone tra gli autori illustri delle opere conservate nel suo palazzo di via della Vigna.

 

          Parte dell’indagine di Riccardo Pacciani si focalizza ugualmente sulla cappella della badia di San Pancrazio, ricostruendo puntualmente la scansione delle varie fasi che portarono nel VI decennio del Quattrocento a mettere a fuoco il progetto per questa sede, dopo un periodo in cui si era considerata anche la possibilità di un allestimento di una cappella in Santa Maria Novella. Tramite lo spoglio di un fondo dei Libri di Sacrestia l’autore propone poi un’indagine sui patronati delle altre cappelle della chiesa e su parte dei loro arredi cultuali - scomparsi o trasferiti - evidenziando il perdurare di iniziative di committenza da parte della famiglia Rucellai almeno fino al 1485, anno di consacrazione della chiesa, per intensificarsi poi nuovamente a partire dal 1500. La seconda parte del saggio (che avrebbe meritato una trattazione autonoma) è invece relativa al progetto albertiano per il rinnovamento, già iniziato da Michelozzo, dell’abside e coro della SS. Annunziata, principale chiesa fiorentina dei Servi di Maria: il progetto è analizzato da Pacciani in particolare sul fronte del conflittuale rapportarsi degli antichi giuspatronati cittadini con il patronato mediceo ed i nuovi interessi dei Gonzaga di Mantova, tra i principali finanziatori del nuovo piano albertiano intorno al 1469-1470.

 

          La figura di Giovanni Rucellai quale committente d’architettura si articola ulteriormente nel contributo di Alessandro Rinaldi sul rinnovamento della villa di Quaracchi, fabbrica alla quale il Rucellai si dimostra particolarmente legato, riservando alla villa e ai suoi rigogliosi giardini un’ampia e partecipata descrizione nello Zibaldone. Ripercorrendo le varie fasi costruttive dell’edificio, la raffinata conformazione del ‘pratello’ per cui si recuperò l’antica ars topiaria celebrata da Plinio il Vecchio, l’autore «azzarda, a titolo sperimentale» un coinvolgimento dell’Alberti nell’invenzione della villa e del complesso asse prospettico territoriale di cui questa è l’epicentro.

 

          A conclusione della sezione, Daniela Lambertini tratta, come già anticipato, dei restauri delle fabbriche fiorentine dell’Alberti. Nel ripercorrere tali vicende si incrocia di necessità anche il mutare nel tempo della visione critica di Leon Battista Alberti architetto: dalle riserve di Ruskin che lo apostrofa come «architetto di un barbaro rinascimento» alle difficoltà attributive riconosciute da Corrado Ricci («gli storici dell’architettura si trovano d’accordo a riconoscere per sue ben poche tra le opere attribuitegli dal Vasari») discende il generalizzato disinteresse che ancora all’inizio del Novecento riguarda le fabbriche albertiane. La facciata di Santa Maria Novella è ad esempio integralmente sottoposta a restauro solo intorno al 1920: un intervento a lungo messo in ombra da altri lavori di ripristino che si erano concentrati piuttosto sulle parti trecentesche della chiesa e del convento. Con finezza interpretativa, Lambertini sottolinea come intorno ad un certo modo di intendere e apprezzare la figura dell’Alberti architetto «rispettoso delle preesistenze» abbia influito la peculiare idea di conservazione espressa massimamente nella teoria del restauro di Cesare Brandi: il rifiuto di un intervento mimetico a favore della ricerca di un’equilibrata nuova unità, trova esempi significativi, a detta dello stesso Brandi, nelle fabbriche albertiane quali il Tempio Malatestiano, dove una «ingabbiatura classica» è sovrapposta alla chiesa gotica di San Francesco.

 

 

Adolfo Venturi fu il primo a proporre un’attribuzione a Leon Battista Alberti di due dei «primi fiori del Rinascimento» di Ferrara: la base del monumento al duca Nicolò III e il campanile del Duomo.

 

          Negli atti del convegno, Marco Folin ripercorre le varie fasi della committenza estense, insistendo al contempo sulla vivacità della cultura umanistica ferrarese quattrocentesca. Si considera l’episodio del monumento equestre nel più ampio contesto delle varie ipotesi di rinnovamento dell’area centrale urbana, posta tra il duomo e il ‘palazzo’ estense, di cui si provano a ripercorrere le varie fasi costruttive, dal tempo di Leonello d’Este fino ad Ercole I.

 

          Una più analitica lettura del  lungo iter realizzativo del monumento equestre, tra i più precoci e sorprendenti esempi di recupero di questa tipologia “all’antica”, dal concorso indetto nel 1443, all’intervento di Alberti in qualità di arbitro, fino al suo compimento sotto il duca Borso nel 1451 è condotta da Maria Teresa Sambin de Norcen. L’autrice ripercorre poi l’acceso dibattito riguardante l’effettiva tipologia del basamento della statua equestre del duca, per argomentare la sua natura di arco trionfale richiamando un passo della Naturalis Historia pliniana finora rimasto in ombra, dove all’arco sostenuto da colonne si assegna l’opportuna funzione di reggere statue onorarie antiche. Meno solida appare la possibilità che tale progetto, messo in opera nel 1451, derivasse da precise indicazioni albertiane dell’epoca del concorso del 1443, considerando anche la firma orgogliosamente appostavi dal lapicida Marco Baroncelli.

 

Francesco Ceccarelli porta invece importanti precisazioni sulle scansioni temporali della fabbrica del campanile del duomo, proponendo nuovi argomenti a favore di un coinvolgimento dell’Alberti nel progetto ideativo. Le fonti documentarie indicano come la ripresa dei lavori, interrotti nel 1419 all’altezza del primo livello, sia avvenuta solo nel 1454, coinvolgendo in particolare un grupppo di lapicidi guidato da Meo del Caprina. Tra le prove che, a detta dell’autore, suggeriscono l’interessamento dell’Alberti figura l’uso per elementi architettonici di notevole carattere, come i capitelli, della particolare pietra di Noriglio, materiale di non esteso impiego ma che «sembra venire valorizzata in architettura in quegli anni proprio dall’Alberti» (I, p. 347), impiegata con precisi fini espressivi in diverse occasioni, a partire dal Tempio Maltestiano.

 

 

Il Tempio Malatestiano a Rimini è senza dubbio tra i simboli dell’architettura albertiana, ma in quanto a complessità delle varie fasi progettuali ed esecutive è anche emblema delle difficoltà che la critica (perlomeno quella non sprovveduta) incontra nel riconoscimento di una “autorialità” nell’architettura rinascimentale.

 

Charles Hope scrive sul «ruolo di Alberti nel Tempio Malatestiano», considerando in particolare i mutamenti progettuali che tra il 1447 al 1453-54 portano il duca Sigismondo Pandolfo Malatesta a superare l’iniziale proposito di rinnovamento di due cappelle della chiesa di San Francesco a favore di un intervento complessivo sull’edificio, proposito maturato intorno all’anno giubilare 1450. Hope si concentra in particolare sul’interno del Tempio, argomentando una «partecipazione limitata» dell’Alberti anche alla ristrutturazione interna, alla quale l’umanista farebbe riferimento in alcuni passi della nota corrispondenza con Matteo de’ Pasti, passi abitualmente riferiti ai lavori della facciata.

 

          Temi simili sono quelli proposti nella prima parte del saggio di Angelo Turchini, che però a riguardo ritiene più corretto precisare come Matteo de’ Pasti, responsabile del cantiere architettonico, si sia potuto avvalere, in accordo con il Malatesta, di più consulenze qualificate. Le variazioni in corso d’opera dovettero risultare consistenti fino al 1458-60, anni in cui il cantiere si ferma per mancanza di fondi, pur permanendo in Sigismondo la viva volontà di portare a compimento l’opera. Turchini attira inoltre giustamente l’attenzione sull’assoluta necessità di un più organico recupero della figura di Matteo de’ Pasti e dell’apporto dei suoi collaboratori nel constesto della storia dell’edificio.

 

          L’attività miniatoria di Matteo de’ Pasti, un punto d’osservazione differente rispetto a quello di architetto (ed è opportuno ricordare come sia anche medaglista e cartografo), è presa in considerazione da Fabrizio Lollini, che argomenta convincentemente le proposte di attribuzione al de’ Pasti di codici gravitanti attorno alla cultura pisanelliana, cercando al contempo di assestarne il catalogo. Da valutare l’opinione di un de’ Pasti «abilissimo artigiano, ma che difficilmente poteva vantare un grado di autoconsapevolezza stilistica tale da strutturare, da principale responsabile, un insieme organico come l’interno del Tempio e la sua rispondenza tra architettura e decorazione» (II, p. 445). Certo opportune sono invece le cautele espresse sul valore storico-documentario della miniatura di Giovanni da Fano raffigurante il cantiere del Tempio Malatestiano: considerando che il miniatore lavorò intorno al 1460, il suo sguardo è necessariamente uno sguardo a posteriori,  «sovrapponendo al Tempio che vedeva un’ipotesi di sguardo restrospettivo sui lavori e comunque senza una volontà fiolologica, come dimostra per esempio l’assenza di qualsiasi traccia dell’edificio preesistente» (II, p. 455).

 

          La complessità di interrogativi posti in sede di restauro dalla natura composita del Tempio Malatestiano sono sintetizzati da Anna Maria Iannucci, che contestualizza le diverse strategie operative ed i criteri estetici alla base dei tre «restauri istituzionali del Novecento» che hanno interessato il Tempio. Dallo scrupolo storico-filologico del restauro di inizio Novecento, estraneo alla reintegrazione analogica di matrice ottocentesca (restauro promosso da Corrado Ricci e quindi da Giuseppe Gerola), alle controverse decisioni prese dopo i danni bellici del 1944 da un’apposita commissione ministeriale animata da Gugliemo De Angelis d’Ossat, che delibera la ricostruzione della zona absidale bombardata e lo smontaggio e rimontaggio del paramento lapideo della facciata e dei prospetti laterali. Un cantiere, quest’ultimo, che, stante un scelta contestabile, fu condotto esemplarmente da un punto di vista della metodologia operativa. La terza campagna di restauri del 1990-2000 ha invece inteso promuovere una «integrazione dell’immagine» (II, p. 485) del Tempio, col recupero per esempio della integrità materica e cromatica del monumento, da cui deriva la scelta di riportare a vista i motivi decorativi a finto broccato dipinti nelle cappelle, rendendo così evidente la vivacità coloristica dell’interno, in dialogo col candore dei bassorilievi di Agostino di Duccio.

 

 

Il rapporto tra Leon Battista Alberti e Roma, e in particolare la curia papale, è (nuovamente) argomento tanto cruciale nella biografia albertiana quanto elusivo. Negli anni romani avviene di fatto il vertiginoso aggiornamento sulle tematiche dell’Antico; a Roma, nel 1452, Alberti presenta a papa Niccolò V una prima versione del De re aedificatoria. È però tuttora argomento di dibattito il suo grado di coinvolgimento nella politica di rinnovamento urbano promossa in particolare da Niccolò V, con il conseguente confrontarsi di interpretazioni diverse, tra chi è disposto a riconoscere all’Alberti un ruolo di primo piano, per esempio di responsabile del progetto del rinnovamento del San Pietro vaticano (C.L. Frommel), e chi, all’opposto, legge l’orientarsi negli anni cinquanta dell’umanista verso orizzonti di committenza non romani come conseguenza dell’insuccesso delle sue proposte d’architetto a Roma. Resta la constatazione di come sia a Roma che Alberti si dedica con decisione all’approfondimento della materia e della consulenza architettonica. I saggi che negli atti si occupano del periodo romano affrontano la questione con particolare riferimento alle fonti scritte.

 

          Massimo Miglio, tra i più attenti storici del medioevo romano, conduce un confronto tra l’Opusculum de temporibus suis di Mattia Palmieri, il De vita ac gestis Nicolai V di Giannozzo Manetti ed il De Porcaria coniuratione di Alberti, una lettura incrociata dei testi tesa a precisare le informazioni certe (liberate dalle ipotesi inverificabili) disponibili sull’Alberti romano. A tale riguardo, vale la pena citare un passaggio di Miglio nel quale risultano esemplarmente riassunte le cautele, spesso invece ignorate, con le quali bisogna necessariamente affrontare il tema di “Alberti architetto”: «Il silenzio di Palmieri [su interventi o progetti architettonici di Alberti] è tanto più significativo quando, a distanza breve nel testo [dalla citazione sull’Alberti, circoscritta al De re aedificatoria], troviamo riferite ad un architetto bolognese, Aristotele Fieravanti, quelle competenze che molti, sulla base di una ormai consolidata tradizione storiografica e di una moderna lettura del personaggio, si aspetterebbero riferite all’Alberti» (II, p. 499). Miglio è peraltro l’unico in questi volumi a rimarcare un aspetto preoccupante, quanto ormai evidente, di buona parte della «dilagante bibliografia albertiana», ovvero l’attitudine «di stralciare dalle fonti esaminate passi funzionali alla tesi sostenuta, decontestualizzando le fonti stesse» (II, p. 501) e il conseguente proliferare di concatenazioni di ipotesi difficilmente verificabili.

La Vita Nicolai quinti di Giannozzo Manetti, fonte biografica principe per ricostruire gli anni del pontificato di Niccolò V Parentucelli, pur nei suoi spessi filtri ideologici e pesanti omissioni, è invece al centro dei contributi di A. Modigliani e di F. Cantatore.

 

          Anna Modigliani, curatrice di diverse edizioni critiche dei testi dell’Alberti, conduce sul  testo manettiano una serrata analisi delle molteplici stratificazioni testuali dell’opera, delle volontarie reticenze, delle amplificazioni e dei filtri ideologici con cui essa è costruita: una lettura particolarmente avvertita del testo da cui derivano diverse considerazioni sulla calibrata costruzione della singolare immagine di Niccolò V come “papa-architetto”.

 

Flavia Cantatore affronta invece la Vita Nicolai quinti nei termini del rapporto tra parola scritta e immagine architettonica nell’ambito della definizione dell’ideologia pontificia del Parentucelli. L’indagine di Cantatore si articola in una valutazione dell’effettiva consistenza e realizzazione del progamma edilizio dell’età niccolina, così come presentato nel testo manettiano, con riferimento ai cinque ambiti, indicati dal Manetti, di interventi edilizi promossi dal papa: il restauro delle mura urbane, il  rinnovamento delle quaranta chiese stazionali istituite da papa Gregorio Magno, la fondazione di un nuovo quartiere curiale tra la Mole Adriana e San Pietro, la fortificazione e l’ornamento del palazzo papale, la ricostruzione dalle fondamenta della basilica petrina.

 

          A chiusura di questa sezione figura il contributo di Francesco Di Teodoro su una editio princeps del De re aedificatoria, conservata nell’Archivio del Capitolo Metropolitano di Torino e finora inedita. L’interesse dell’incunabolo torinese deriva dal commento del testo di almeno tre mani e dalla presenza di 116 disegni per lo più nei margini delle carte. Come spesso accade, la distribuzione dei passi illustrati è diseguale, individuando in questo caso un interesse particolare per il libro VII, De sacrum ornamento, denunciando così la predilezione del disegnatore per tematiche connesse agli ordini architettonici. La notevole qualità e intelligenza delle illustrazioni, come anche la tipologia delle correzioni testuali, sembrano suggerire per l’esemplare torinese un coinvolgimento nei progetti di primo Cinquecento «di un’edizione del trattato albertiano emendato e figurato, […] un progetto che l’edizione a Venezia nel 1511 del Vitruvio di Fra Giocondo rendeva ancora pià attuale» (II, p. 597).

 

          Sulla difficoltà a trattare di alcuni snodi della biografia albertiana è testimonianza il contributo di Hartmut Biermann inerente al rapporto tra Urbino e Alberti, definito provocatoriamente «eine Fiktion der Kunstgeschichte». Presa in considerazione la lacunosità delle fonti contemporanee sul tema del possibile soggiorno di Alberti a Urbino nel 1464, l’autore intende argomentare come il palazzo ducale urbinate, la cui edificazione è affidata dal duca Federico da Montefeltro a Luciano Laurana, presenti una disposizione degli spazi e scelte compositive dissimili da quelle proposte da Alberti nel De re aedificatoria, obbligando così, a suo parere, una riconsiderazione profonda del coinvolgimento dell’umanista nella definizione e approfondimento del progetto.

 

 

Nel 1459, Alberti è attestato a Mantova al seguito di Pio II ed è verosimile che risalgano a questa occasione i primi contatti con il marchese Ludovico II. Emblemi del rapporto tra Leon Battista e la città sono i progetti per la chiesa di San Sebastiano e di Sant’Andrea, quest’ultima iniziata nel 1472, anno della morte dell’umanista. È su quest’ultima fabbrica che si concentrano tutti e cinque gli interventi che concludono il secondo tomo degli atti.

 

Arturo Calzona analizza i possibili riferimenti medievali per una soluzione peculiare come «l’ombrellone» di Sant’Andrea: un organismo in primis funzionale all’esposizione delle reliquie del Sangue di Cristo conservate in Sant’Andrea e da collocare, a detta dello studioso, in un orizzonte di significati simbolici e liturgici affine al Westwerk carolingio: temi che suggeriscono all’autore una più generale valutazione del rapporto tra Alberti e la tradizione architettonica medievale.

 

Massimo Bulgarelli prende invece mossa dalle implicazioni antiquarie del progetto di Sant’Andrea, descritto da Alberti in una celebre lettera del 1470 al marchese Ludovico in relazione al «tempio etrusco», per ricostruire le implicazioni simboliche legate al mito della fondazione etrusca della città, mito cantato anche da Virgilio, e la funzione progettuale di tale riferimento. Entro questi due estremi si misurano anche la capacità di Alberti di dialogare con le tradizioni culturali e architettoniche locali.

 

 

Il contributo di Federica Cerchiari contiene una puntuale riconsiderazione delle attestazioni documentarie relative al Sant’Andrea pre-albertiano ed agli sviluppi sei-settecenteschi della fabbrica

 

Una serie di «questioni aperte», sempre relative al Sant’Andrea, sono antologizzate da Livio Volphi Ghirardini: le funzioni e il ruolo nel disegno d’insieme delle doppie scale a chiocciola poste nelle quattro pile della crociera; l’implicazione delle torri scalari della facciata in un sistema liturgico integrato (aspetto presente anche nei saggi di Calzona e Fiore); il rapporto dimensionale e simbolico tra le cappelle laterali della navata ed il portico; la valutazione «degli errori costruttivi e delle varianti apportate in corso d’opera».

 

Ritorna infine sulla facciata di Sant’Andrea l’intervento di Francesco Paolo Fiore, che, sviluppando alcune riflessioni di Rudolf Wittkower, analizza il peculiare uso fatto da Alberti degli ordini architettonici, entro un organismo che unisce l’idea del tempio classico e dell’arco trionfale. Di speciale interesse sono le considerazioni sulle costrizioni derivanti dalla preesistenza del campanile, tali da obbligare gli edificatori della facciata a un adattamento del progetto albertiano. Discostandosi in questo dall’analisi del Wittkower, Fiore si propone di individuare i necessari “assestamenti” del progetto albertiano per il tramite di una minuziosa e capillare analisi dei vari elementi che compongono la facciata: un’analisi che si pone quale memento delle insidie sempre presenti a un’indagine puramente formale e compositiva degli organismi architettonici, dotati di una costitutiva complessità.

 

 

Di seguito, si fornisce il sommario dei due tomi degli atti:

 

Tomo I.

- Firenze

B. Preyer, «Da chasa gli Alberti»: The ‘Territory’ and Housing of the Family

D.R.E. Wright, Family ties: Alberti and the Architectural Patronage and Designs of his Florentine Forebears

C.L. Frommel, La progettazione di palazzo Rucellai

F.W. Kent, La committenza di Giovanni Rucellai rivisitata

A. Belluzzi, La cappella Rucellai e il tempietto del Santo Sepolcro

R. Pacciani, «Signorili amplitudini...» a Firenze. La cappella Rucellai alla Badia di S. Pancrazio e la Rotonda della SS. Annunziata: architettura, patronati, rituali

A. Rinaldi, La villa di Giovanni Rucellai a Quaracchi

D. Lambertini, I restauri delle fabbriche fiorentine dell’Alberti.

 

- Ferrara

M. Folin, La committenza estense, l’Alberti e il palazzo di corte di Ferrara

F. Ceccarelli, La fabbrica del campanile della cattedrale. Maestri e committenti a Ferrara nell’età di Borso d’Este

M.T. Sambin de Norcen, «Attolli super ceteros mortales». L’arco del Cavallo a Ferrara.

 

Tomo II.

- Rimini

C. Hope, Il ruolo di Alberti nel Tempio Malatestiano

A. Turchini, Sigismondo e Leon Battista Alberti

F. Lollini, L’attività miniatoria di Matteo de’ Pasti e Giovanni da Fano: qualche considerazione sullo status quaestionis

A.M. Iannucci, Cento anni di restauri al Tempio Malatestiano

 

- Roma e Urbino

M. Miglio, Restauri. Palmieri, Alberti e Manetti: opere a confronto

A. Modigliani, Ad urbana tandem edificia veniamus. La Vita Nicolai quinti di Giannozzo Manetti: una rilettura

F. Cantatore, In margine alla Vita di Giannozzo Manetti: scrittura e architettura nella Roma di Niccolò V

F.P. Di Teodoro, Intorno a una Princeps del De re aedificatoria

H. Biermann, Urbino und Alberti Eine Fiktion der Kunstgeschichte

 

- Mantova

A. Calzona, Leon Battista Alberti e il «Medioevo»

M. Bulgarelli, Architettura, retorica e storia. Alberti e il tempio etrusco

F. Cerchiari, Le fabbriche di Sant’Andrea attraverso i documenti

L. Volpi Ghirardini, Il Sant’Andrea dell’Alberti: questioni aperte

F.P. Fiore, La facciata della chiesa di Sant’Andrea a Mantova

 

Indici dei nomi.

Indice delle opere.

Indice dei luoghi.

 

(1) Nella collana «Ingenium» promossa dal Centro di studi L.B. Alberti di Mantova sono stati anche editi: A. Calzona, F.P. Fiore, A. Tenenti, C. Vasoli (dir.), Leon Battista Alberti teorico delle arti e gli impegni civili del «De re aedificatoria», atti del convegno del Comitato Nazionale, 2 voll. Firenze 2007; AA.VV., La vita e il mondo di Leon Battista Alberti, atti dei convegno del Comitato Nazionale, 2 voll. Firenze 2008. Il Comitato Nazionale ha ugualmente promosso tre mostre dedicate all’Alberti: F. P. Fiore, A. Nesselrath (dir.), La Roma di Leon Battista Alberti. Umanisti, architetti e artisti alla scoperta dell’antico nella città del Quattrocento, catalogo della mostra di Roma, Milano 2005; R. Cardini (dir.), Leon Battista Alberti. La biblioteca dell’umanista, catalogo della mostra di Firenze, Firenze 2005; M. Bulgarelli, A. Calzona (dir.), Leon Battista Alberti e l’architettura, catalogo della mostra di Mantova, Milano 2006, a cui si può affiancare C. Acidini e G. Morolli (dir.), L’uomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le arti a Firenze tra ragione e bellezza, catalogo della mostra di Firenze, Firenze 2006.

 

(2) Pare opportuno segnalare come diversi degli autori degli atti qui recensiti abbiano partecipato, con saggi critici e schede di catalogo, alla mostra di Mantova Leon Battista Alberti e l’architettura, anticipando in quella sede diverse riflessioni poi ampliate nei contributi dei convegni ora editi.