AA.VV.: arch.it.arch - Dialoghi di archeologia e architettura. Seminari 2005-2006, a cura di D. Manacorda, R. Santangeli Valenzani, L. Franciosini, E. Pallottino, R. Volpe, S. Picciola , A. Carlini, P. Porreta, 148 ill in b/n, 10 tavv. a colori, 17x24, Brossura, 296 p., 35,00 €, Isbn: 978-88-7140-380-9
(Edizioni Quasar, Roma 2009)
 
Compte rendu par Maurizio Buora, Civici Musei di Udine
(mbuora@libero.it)

 
Nombre de mots : 1126 mots
Publié en ligne le 2010-03-22
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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L’intento ambizioso dei promotori dell’iniziativa - un fitto  dialogo pluriennale tra archeologi e architetti di diverse facoltà universitarie di Roma -  trova espressione nella prima pubblicazione degli atti. Come è ovvio, nel volume la città di Roma fa la parte del leone (riconosciuta a p. 194 come un “contesto di straordinaria complessità”), pur con escursioni a Veio, Populonia ed Ercolano.
Nonostante la proclamazione (Paola Porretta, per il comitato organizzatore arch.it.arch, pp. IX-XI), fin dall’inizio e più volte ripetuta, della necessità di un colloquio tra archeologi e architetti  che preceda e accompagni la gestione di monumenti e/o aree archeologiche, non sempre in quest’opera  si stabilisce un vero dialogo. Talora si rende evidente che esso semmai ebbe luogo nella scelta delle soluzioni per la presentazione dei monumenti. Esempio tipico è quello del portico di Ottavia. Nel bel contributo di Paola Ciancio Rossetto, Portico d’Ottavia: scavi, restauri, valorizzazioni (pp. 62-77) solo le cinque righe finali sono dedicate al tema del ripristino del percorso viario, classico tema che si suppone suscettibile di essere discusso e progettato insieme con gli architetti, ma di ciò non si parla. Nel successivo articolo di Laura Romagnoli sul riassetto dell’area (pp. 79-86) si riferiscono le scelte effettuate per rendere visibile e visitabile l’area, ma manca qualunque accenno a un effettivo dialogo (che certo ci sarà stato) con gli archeologi. In tal modo l’opera non sembra rispondere del tutto ai desiderata che Daniele Manacorda espone in premessa. Più pertinente il contributo di Federica Chiappetta, a proposito della restituzione dei percorsi antichi interni a Villa Adriana (pp. 116-135) nocciolo di una tesi di laurea già apparsa come pubblicazione a sé stante. Qui la sensibilità dell’architetto indica le diverse possibili funzionalità delle varie parti del complesso e ne legge l’insieme con un occhio “archeologico” che supera la semplice visione di dettaglio.
Solo nel saggio di Daniele Manacorda, Archeologia e architettura per il parco archeologico di Populonia (pp. 137-154), si vede come la  visione integrale dell’area di scavo, la cura per il suo inserimento in un orizzonte visivo oltre che storico, insomma una autentica e meditata riflessione sulla valorizzazione dell’area e dei suoi eventuali resti, sia stata premessa alle operazioni di scavo vero e proprio e abbia fatto parte del progetto iniziale. Questo si è manifestato con scelte molto radicali che hanno mutato considerevolmente l’assetto dell’area intorno al sito scavato e di conseguenza il nostro rapporto con essa.
Lo stesso Daniele Manacorda (degli autori  la voce più consapevole dei temi proposti) pone a p. 9 un vero problema. Scrive infatti  che “ voler astrattamente tutelare tutto, al di là di un giudizio qualitativo, potrebbe paradossalmente rivelarsi dannoso nel senso che potrebbe significare condannarsi ancora una volta a non tutelare nulla o a tutelare fuori da un progetto”. Insomma un invito ad abbandonare la prassi del “multitask” (qui definito tradizionalmente palinsesto) che permetta di vedere tutto insieme, senza una gradazione gerarchica, per invitare a fare alcune scelte. Scelte che talora da effimere diventano permanenti, come nel caso della “ricostruzione” del tempio di Apollo a Veio (di cui riferisce Franco Ceschi alle pp. 88-96) o che spesso si limitano alla semplice giustapposizione di volumi (si veda il mausoleo di sant’Elena a Torpignattara, di cui si occupa Maria Grazia Filetici).
Pare evidente poi che l’approccio sia ben diverso quando si tratta di interventi nell’ambito di una parte vitale della città moderna (come accade per le mura serviane a Roma) o invece all’interno di una vasta area archeologica da cui sono banditi attuali abitanti (villa Adriana o Veio). Nel caso di Ercolano vediamo due fasi urbane, a livelli diversi, estranee tra loro e non solo giustapposte. Vieri Quilici trova nelle loro parziali analogie – il fronte mare, l’accesso alla costa – gli elementi su cui può basarsi una relazione tra le due realtà urbane, elementi che in piccolo compaiono anche nella villa dei Papiri. Da ciò la strategia di scavo proposta, che va a condizionare la conservazione e la successiva valorizzazione dell’area,  e dovrebbe trasformare, a suo avviso, l’interferenza tra i due livelli in una possibile integrazione. Ma il suggerimento di adottare una metodologia di scavo ipogea o semi-ipogea – pur riproponendo ai giorni nostri l’affascinante prassi borbonica – tenderebbe semmai, a nostro avviso,  a mantenere separate le due realtà.

Nell’insieme l’operazione pare prevalentemente pensata e gestita per gli architetti (dei ventuno contributori 15 sono architetti e solo sei archeologi). Come era logico aspettarsi, non vengono indicazioni di carattere generale. E’ significativa, a questo proposito, l’insistenza del “caso per caso”, indicata sia da Manacorda (p. 153) sia da Carlini (p. 155) e ribadita da Fazzio (p. 200: “sarebbe un assurdo culturale, prima ancora che qualcosa d’impossibile, cercare di stabilire dei modelli di intervento validi ovunque o stabiliti con valore di norma su un’intera città”).
Neppure il fine ultimo delle operazioni di scavo, restauro e ripristino, è condiviso dagli autori: si tratta di reinserire le rovine nel corpo vivo della città (come si afferma nella premessa) o solo di implementare il valore del contesto urbano con un nuovo itinerario turistico (p. 57)? Le due operazioni sono molto diverse poiché si ripromettono da un lato di ampliare la visita turistica oppure di creare un’ “esperienza culturale” (p. 156).
Indice
Presentazione
Arch.it.arch, un dialogo da costruire  p. IX

Introduzione
Daniele MANACORDA, Archeologia in città. Funzione, comunicazione, progetto  p. 3

Comunicare l’archeologia: siti, aree, musei
Elisabetta PALLOTTINO, Architettura e restauro nei contesti archeologici  p. 18
Luigi FRANCIOSINI – Riccardo D’AQUINO, Il complesso archeologico dei mercati di Traiano: interventi di restauro e sistemazione museale  p. 30
Maria Grazia FILETICI, Nuovi rapporti spaziali e  strutturali nel restauro del mausoleo di S. Elena e del complesso dei Ss. Pietro e  Marcellino nell’antica regione ad duos Lauros  p.  42
Paola CIANCIO ROSSETTO, Portico d’Ottavia: scavi, restauri, valorizzazioni   p. 62
Laura ROMAGNOLI, Portico d’Ottavia: riassetto dell’area  p. 78
Franco CESCHI, Musealizzazione di aree archeologiche: il Tempio di Veio e la Cypta Balbi  p. 88
Patrizia GIOIA – Rita VOLPE, Archeologia nel Parco di Centocelle  p. 100
Federica CHIAPPETTA, Villa Adriana: la restituzione dei percorsi antichi  p. 116
Daniele MANACORDA, Archeologia e architettura per il Parco archeologico di Populonia p. 136
Alessandra CARLINI, Architettura per l’archeologia  p. 154
Alessandra CARLINI – Elisa CONVERSANO – Laura TEDESCHINI LALLI, Matematica per l’archeologia: ricostruire i pavimenti dai frammenti in loco  p. 168

Architettura per l’archeologia a scala urbana
Francesco FAZZIO, Gli spazi dell’archeologia nel progetto urbanistico  p. 184
Riccardo SANTANGELI VALENZANI – Rita VOLPE, Quale Archeologia Urbana a Roma? L’esperienza degli ultimi vent’anni  p. 204
Marco FABBRI, Le mura serviane di Roma fra passato e presente  p. 216
Giovanni LONGOBARDI – Alessandra CARLINI, Roma: archeologia e degrado urbano  p. 238
Vieri QUILICI, Ercolano e  la Villa dei Papiri  p. 252
Anna Laura PALAZZO, Tra scavo e città. Le opportunità di valorizzazione a Ercolano  p. 258