Toubert, Pierre - Moret, Pierre (éd.): Remploi, citation, plagiat. Conduites et pratiques médiévales (Xe-XIIe siècle), 321
pages, 24 x 17 cm, ISBN 978-84-96820-28-9, 26 €
(Casa de Velázquez, Madrid 2009)
 
Compte rendu par Claudio Franzoni
(claudiofranzoni@libero.it)

 
Nombre de mots : 1641 mots
Publié en ligne le 2010-05-25
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Il volume raccoglie una serie di saggi che ruotano attorno al tema del reimpiego (non solo e non tanto dell’antico) in età medioevale; l’attenzione degli studiosi coinvolti non si dirige solo verso la storia dell’arte e dell’architettura, ma anche verso la poesia, la storiografia, l’agiografia, la filosofia e la cultura giuridica del Medioevo.

 

          Nell’introduzione al volume Pierre Toubert tenta di tracciare una sorta di status quaestionis delle problematiche relative al reimpiego in età medioevale, riallacciandosi da una parte alle ricerche di A. Esch e S. Settis, dall’altra al convegno di Spoleto del 1999 incentrato proprio su questo tema. Secondo Toubert, la pratica del reimpiego, messa a fuoco prima di tutto dall’archeologia, può trovare un riscontro anche in altri campi della storia e della cultura medioevali: esisterebbero, dunque, anche spolia testuali, che possono di volta in volta prendere la forma della citazione, del pastiche, del plagio.

 

          Troviamo altre considerazioni sulle possibili applicazioni del concetto di reimpiego al di fuori dell’ambito monumentale nel saggio di Michel Zink; a questo scopo lo studioso sottopone ad esame alcuni componimenti poetici medioevali, in particolare quelli del ciclo Lancillotto-Graal del ms. 147 della Fondation Bodmer.

 

          Teresa Garulo prende in esame il “riuso” di motivi e forme nella poesia strofica della Spagna musulmana, soffermandosi sulla “moaxaja”, un tipo di composizione poetica legata al canto, e sulla produzione di Ibn Hazmun, poeta di Murcia attivo agli inizi del XIII secolo.

 

          La Spagna musulmana fa da sfondo anche al saggio di Mayte Penelas, che studia i modi del “riuso” nell’opera storica di Al-Bakri, autore dell’XI secolo che si interessò anche di geografia, teologia, filologia e botanica; si prende soprattutto in esame, con una serie di raffronti puntuali, il rapporto con le Historiae di Orosio.

 

          Alain Boureau cerca a sua volta di mettere a fuoco il concetto di reimpiego, tentando, in particolare, di distinguerlo da quello di copia e di plagio; l’autore mette alla prova tale concetto affrontando la discussione tra Tommaso d’Aquino e Sigieri di Brabante, con Aristotele sullo sfondo, a proposito del tema dell’umiltà.

 

          Jacques Dalarun tenta di dimostrare la presenza di reimpieghi nella produzione agiografica francescana e in particolare in Tommaso da Celano: si può osservare la riapparizione nel racconto agiografico di temi, motivi, immagini, di singoli elementi testuali già presenti nella Bibbia o in altri autori medioevali. Ma questo è uno dei saggi in cui maggiormente il concetto di reimpiego è troppo esteso e finisce per rendere tutto il percorso, peraltro in sé di grande interesse, piuttosto vago; affermare, ad esempio, che “la sainteté est un remploi” (p. 72) è più un gioco di parole che un’intuizione convincente.

 

          Michel Zimmermann verifica come, in Catalogna, nel testo di documenti del IX-XII secolo (consacrazioni di chiese, fondazioni di abbazie, donazioni, transazioni e vendite, testamenti) sia ricorrente il riferimento a diverse auctoritates: la Lex Gothorum, le Sacre Scritture, i Padri della Chiesa, i canoni conciliari, ma anche autori classici come Virgilio.

 

          Pascual Martínez Sopena analizza le forme della persistenza dell’ordinamento giuridico visigoto (Lex Wisigothorum) nel Regno di León tra X e XII secolo, tanto nella giustizia pubblica quanto nel diritto privato.

 

          Nella prima parte del suo saggio Pierre Chastang riflette sul possibile uso del concetto di reimpiego nell’ambito testuale, e fa osservare come sotto questo profilo vadano riconsiderate le nozioni di originale, di copia e di falso, ma anche quelle di trascrizione e riscrittura. Nella seconda parte l’autore esamina minuziosamente casi specifici di cartulari nella Francia meridionale tra XII e XIV secolo; particolarmente convincente l’accostamento tra il cartulario dell’abbazia benedettina di Gellone e il reimpiego  di materiali antichi nella stessa abbaziale nel XII secolo.

 

          Jean-Marie Martin analizza diversi casi di cartulari medioevali dell’Italia meridionale, come Farfa, Montecassino, Santa Sofia di Benevento o San Clemente a Casauria, e osserva le occasioni e i modi con cui, al loro interno, sono stati utilizzati documenti, cronache, testi agiografici precedenti.

 

          Patrick Boucheron propone una lettura complessiva dei reimpieghi avvenuti nei secoli nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano, soffermandosi in particolare su quelli che rimandavano appunto alla figura del santo vescovo: dall’altare di Vuolvinio (anche la glittica antica), alla Dalmatica di Sant’Ambrogio fino all’ambone romanico e al sottostante sarcofago paleocristiano.

 

          Philippe Bernardi e Daniela Esposito iniziano il loro saggio con una discussione sui termini “reimpiego” e “riciclaggio”, “recupero” e “spoglio”. Particolarmente interessante il paragrafo in cui gli autori si interrogano sulla terminologia specifica, peraltro piuttosto scarsa, per indicare i reimpieghi nelle fonti medioevali. Agli esempi riportati si può aggiungere il Libro di spese che a Torino documenta la costruzione del castello, tra 1317 e 1320 in cui si parla di uomini impegnati “ad gavandum lapides ad Portam Secuxinam” (una porta urbica romana) e anche di “lapides de recaucio” cioè di recupero[1]. Bernardi ed Esposito propongono poi diverse utili osservazioni sulle tecniche dello spoglio dei materiali, nonché sul lato immediatamente funzionale del recupero, in particolare nella Roma del Medioevo.

 

          Philippe Araguas riesamina il complesso problema della datazione degli edifici sacri nella Spagna altomedievale e affronta il ruolo che il reimpiego, spesso di ordine esclusivamente funzionale, ha avuto in tali edifici, da San Juan de Baños a San Pedro de la Nave ed altri ancora.

 

          Juan Carlos Ruiz Souza propone ampie riflessioni sul cosidetto stile “mudéjar” e sui rapporti di reciproca influenza tra l’architettura islamica e cristiana nella penisola iberica in età medioevale, trattando, tra l’altro anche della Moschea di Cordoba Si affronta poi il processo di ricezione e di assimilazione dell’architettura della Spagna musulmana nelle costruzioni religiose e civili promosse dalla Corona di Castiglia tra XIII e XV secolo.

 

          In quest’ultimo saggio non si parla mai – e a ragione – di “reimpiego”, ma di prestiti, di trasmissione e di derivazioni di forme architettoniche, mettendo, di fatto, in evidenza che l’uno e gli altri sono pur sempre cose diverse. In altre parole emerge qui, come del resto in altri saggi del volume, la difficoltà di estendere in maniera realmente efficace l’idea di reimpiego ad altri ambiti che non siano quello monumentale in cui essa è nata. Il rischio che si intravvede nel volume, al di là del valore dei singoli saggi, è quello di un’interpretazione appunto troppo larga di “reimpiego”; se infatti il termine viene usato come sostituto di “tradizione”, di “eredità” o di Nachleben, se “reimpiego” e “imitazione”, ad esempio, vengono intesi come equivalenti, allora c’è il rischio che si perda il vero valore operativo del concetto, che, come afferma giustamente Michel Zink, è prima di tutto quello di offrire “l’indice d’une perception du temps”. Per restare nel solo campo delle arti figurative, ad esempio, è evidente che c’è un rapporto strettissimo tra spolia in se e spolia in re[2], ma è altrettanto chiaro che esiste una netta distinzione tra un reimpiego e un’imitazione, per quanto entrambe possano parlare (con modalità, appunto, differenti) del rapporto che il medioevo intrattiene col passato. A maggior ragione occorre circospezione quando si parla di “reimpiego” nello spazio del testo; una cosa è accostare i due ambiti, un’altra parlare sic et simpliciter di reimpieghi testuali: una citazione – ad esempio – è davvero un “reimpiego”? Al di là delle ovvie differenze concrete tra l’operare su un brano letterario e il rimontare frammenti marmorei, è verosimile che l’autore di un “reimpiego” testuale sia in grado di leggere e conoscere i tratti fondamentali – a cominciare dall’argomento – del brano che si accinge a “riusare”, cosa che capita ben raramente nel caso dei reimpieghi monumentali, specie là dove compaiono elementi figurati; e ancora, il reimpiego nell’ambito monumentale e artistico implica comunque la distruzione del monumento o del contesto d’uso originale: il reimpiego artistico origina sempre da una scomparsa (di un monumento) e da una perdita (di un contesto), ciò che non necessariamente accade nello spazio letterario. In altre parole, il parallelo tra sfera artistica e sfera dei testi in merito all’uso del passato è tanto più efficace e ricco – come del resto dimostrano alcuni saggi del volume – quanto meno sono sfocati i rispettivi codici e quanto più si mantengano distinti i rispettivi processi operativi.

 

 

Sommario:

Pierre Toubert, Présentation. Remploi, citation et plagiat dans la pratique médiévale (Xe-XIIe siècle). Quelques observations préliminaires, pp. IX-XVI

 

Michel Zink, Le remploi, marque du temps perdu et du temps retrouvé, pp. 1-8

 

Teresa Garulo, La reutilización en la poesía estrófica de al-Andalus. El caso de Ibn Hazmun, pp. 9-22

 

Mayte Penelas, Modos de reutilización en la historiografía andalusí. El Kitab al-Masalik wa-l-mamalik de al-Bakri, pp. 23-42

 

Alain Boureau, Le remploi scolastique, pp. 43-52

 

Jacques Dalarun, Renovata sunt per eum antiqua miracula. Les stigmates de François d’Assise entre remploi et novitas, pp. 53-72

 

Michel Zimmermann, Le recours aux auctoritates en Catalogne (IXe-XIIe siècle). Formes d’insertion documentaire et finalité discursive, pp. 73-96

 

Pascual Martínez Sopena, El uso de la Ley Gótica en el reino de León, pp. 97-114

 

Pierre Chastang, Transcription ou remploi? Composition et écriture des cartulaires en Bas-Languedoc (XIIe–XIVe siècle), pp. 115-140

 

Jean-Marie Martin, Occasions et modalités du remploi dans les cartulaires-chroniques de l’Italie méridionale, pp. 141-160

 

Patrick Boucheron, Au coeur de l’espace monumental milanais. Les remplois de Sant’Ambrogio (IXe-XIIIe siècles), pp. 161-190

 

Philippe Bernardi, Daniela Esposito, Recyclage, récupération, remploi. Les diverses formes d’usage de l’«ancien» dans l’architecture du Xe au XIIIe siècle, pp. 191-210

 

Philippe Araguas, Entre remploi et copie. Le matériel de construction comme marqueur de romanité dans l’architecture du haut Moyen Âge hispanique?, pp. 211-229

 

Juan Carlos Ruiz Souza, La Corona de Castilla y al-Andalus. Préstamos arquitectónicos y grados de asimilación. Espacios, funciones y lenguajes técnico-formales, pp. 231-257.



[1] F. Monetti, F. Ressa, La costruzione del castello di Torino, oggi Palazzo Madama (inizio secolo XIV), Torino 1982, pp. 51; 87-88.


[2] S. Settis, Tribuit sua marmora Roma: sul reimpiego di sculture antiche, in Lanfran­co e Wiligelmo. Il Duomo di Modena (catalogo delle mostre, Modena-Nonantola 1984-1985),  Modena 1984, pp. 315 e sgg, dove si riprende la terminologia proposta da R. Brilliant (in “Prospettiva”, 31, 1982, pp. 2 e sgg.).