Huysecom-Haxhi, Stéphanie : Les figurines en terre cuite de l’Artémision de Thasos. Artisanat et piété populaire à l’époque de l’archaïsme mûr et récent (coll. Études Thasiennes XXI), 2 vol., 21 x 29,5 cm, 655 p., 90 planches n/b, ISBN 978-2-86958-209-5
(École française d’Athènes, Athènes 2009)
 
Compte rendu par Antonella Pautasso, Consiglio Nazionale delle Ricerche, IBAM – Catania
(a.pautasso@ibam.cnr.it)

 
Nombre de mots : 1451 mots
Publié en ligne le 2010-04-19
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Compreso all’interno degli Études Thasiennes (n. XXI), il volume di Stephanie Huysecom – Haxhi sulle figurine archaiche dell’Artemision, arricchisce la serie delle pubblicazioni sulla coroplastica tasia, serie che annovera già due fondamentali lavori: quello di N. Weill (1985) sulle terrecotte dell’alto arcaismo dallo stesso santuario e quello di A. Muller (1996) sulle terrecotte dal Thesmophorion.

 

          Il volume, composto da due tomi – uno di testo e l’altro di tavole –, è il risultato di una lunga opera di ordinamento, restauro, classificazione e studio delle figurine di età arcaica dell’Artemision; la straordinaria ricchezza della documentazione coroplastica restituita da questo santuario è dichiarata dai numeri: 3130 frammenti inventariati (per un totale stimato di 2204 statuine, una piccola parte delle quali sono state pubblicate da N. Weill) e 450 protomi, non comprese nel presente lavoro, e delle quali l’A. annuncia la prossima pubblicazione in uno specifico volume sulle rappresentazioni parziali di Taso.

 

          Il lavoro è articolato in tre parti. Nella prima, l’A. ripercorre la storia degli scavi condotti dalla Scuola Francese nel santuario di Artemide, mettendo in evidenza le aree di rinvenimento dei nuclei di terrecotte (cap. I “L’Artémision de Thasos. Les offrandes de terre cuite et leurs contextes”, pp. 13-19); si sofferma successivamente sulla tecnica di fabbricazione delle statuette (cap. II, “La fabrication des figurines en terre cuite”, pp. 21-34) e specifica, infine, metodi e criteri dell’organizzazione del lavoro (cap. III “Questions de méthode. Établissement des séries et classification des types”, pp. 35-44). La seconda parte, che costituisce il nucleo centrale e più cospicuo del volume, è occupata dal catalogo degli esemplari (“Catalogue”, pp. 47-566), corredato, per ciascun tipo, dall’inquadramento stilistico-cronologico e dai relativi confronti. La terza parte, dedicata alla discussione (“Conclusions. Significations des offrandes. Artisanat à Thasos à l’époque archaïque”), considera le figurine dal punto di vista dell’archeologia della religione, in rapporto al loro significato come doni votivi (cap. I “Des offrandes pour Artémis”, pp. 569-604), e ripercorre le tappe della nascita e dello sviluppo dell’artigianato tasio, mettendone in evidenza peculiarità tecniche e stilistiche (cap. II, “Création et production”, pp. 605-622). Il volume è completato da una tabella di concordanza e da utili indici tematici; la bibliografia, presentata sia in forma ragionata che per abbreviazioni, si trova invece ad apertura di volume.

 

          Il capitolo relativo alla tecnica di fabbricazione (parte I, cap. II “La fabrication des figurines en terre cuite”, pp. 21-34) è particolarmente approfondito e puntuale, in linea con la tradizione di studi inaugurata proprio dal gruppo di ricerca francese coordinato da A. Muller. Uno dei primi aspetti sui quali si sofferma l’A., e di fondamentale importanza negli studi sulla coroplastica, concerne l’esame delle diverse argille, sia locali che d’importazione. L’esame degli impasti è autoptico, ma la descrizione è minuziosa e registra variabili di colore, inclusi, consistenza e durezza all’interno di ogni gruppo. Lo studio della tecnica di fabbricazione delle statuine permette all’A. di mettere in evidenza alcune modalità interessanti relative alla creazione dei prototipi, pertinenti ad esempio alla modellazione separata, in fase di creazione, di prototipi parziali di teste e corpi che vengono successivamente combinati e completati per ottenere dei prototipi completi. Questo procedimento tecnico particolare, che comincia a essere utilizzato nella seconda metà del VI secolo, è alternativo rispetto alla più consueta creazione di un prototipo modellato in un unico pezzo, e sembra inizialmente caratteristico degli ateliers della Grecia dell’Est, non solo degli ateliers coroplastici, ma anche di quelli di scultura con particolare riferimento all’area di Mileto. Nella produzione di serie, accanto alla modellazione a mano – utilizzata più frequentemente per figurine animali e frutti –  i coroplasti tasii seguono le due tecniche dello stampo mediante matrice bivalve, che ereditano dalla coroplastica greco-orientale, e della matrice semplice, utilizzata in epoca più antica e ripresa poi più tardi (tra VI e V secolo),  forse sotto l’influsso degli ateliers attici e corinzi.

 

          La grande quantità di terrecotte restituite dai diversi contesti dell’isola di Taso ha richiesto, agli studiosi impegnati nello studio e nella pubblicazione di tale materiale, l’adesione a un lessico comune e a criteri di classificazione quanto più uniformi possibile, indicati già nel volume di A. Muller sulle figurine del Thesmophorion (1996), ed esaurientemente illustrati dall’A. (parte I, cap. III “Questions de méthode. Établissement des séries et classification des types”, pp. 35-44). Secondo tali criteri, in questo volume ogni frammento è individuato da un codice di quattro elementi che consente di fissare l’esemplare all’interno della sequenza delle generazioni di ogni tipo. Quanto la classificazione sia rigorosa e utile alla ricomposizione del “ciclo vitale” di ogni tipo attraverso la successione dei vari esemplari, è percepibile nel catalogo (parte II, “Catalogue”, pp. 47-565), dal quale emergono con chiarezza l’acribia dedicata dall’A. alla ricomposizione della fiche d’identité di ogni tipo, conclusa, quest’ultima, da uno schema di immediata comprensione relativo alla successione delle generazioni di matrici. I vari tipi sono a loro volta raccolti all’interno di “gruppi stilistici”, distinti sulla base dell’analisi del volto, secondo il metodo di studio seguito e affermato da F. Croissant; la classificazione si articola in sei gruppi stilisticamente differenziati: greco-orientale, insulare (paro-chiota, secondo l’indicazione dell’A.), attico, corinzio, tasio, incerto.

 

          I molteplici dati che si ricavano dall’inquadramento tecnico e stilistico-cronologico dei tipi costituiscono il supporto essenziale per la ricostruzione dei diversi aspetti che caratterizzano la produzione coroplastica tasia d’età arcaica, a cui l’A. dedica l’ultima parte del lavoro (parte III, cap. II, pp. 605-622). Il processo di formazione di un’identità stilistica locale comincia già nel corso del VII secolo, quando inizia la produzione delle prime figurine tasie – trattate nel volume sulla coroplastica alto-arcaica di N. Weill – di chiara ascendenza paria. Esso diviene molto più percepibile e tracciabile nel corso della prima metà del VI secolo, allorché all’influenza paria, che rimarrà come un’aria di famiglia sui volti delle statuine, si aggiungono gli stimoli stilistici e gli apporti tecnici della produzione greco-orientale, nonché le suggestioni cretesi – queste ultime presenti già dalla fase più antica – evidenti in alcuni particolari formali (il polos della Dame au polos), e veicolate probabilmente dalle Cicladi. È indubbio che anche a Taso, come accade in altre aree del Mediterraneo e soprattutto in Occidente, l’afflusso delle importazioni dalla Ionia meridionale abbia costituito un fattore determinante nell’origine di una produzione locale di serie, avviata inizialmente per mezzo della tecnica del surmoulage coesistente, almeno nel primo periodo, con gli esemplari importati, e successivamente limitata solo ad esemplari locali di qualità via via più degradata. Alla seconda metà del VI secolo, invece, risalgono influenze formali e stilistiche differenti, provenienti dall’area della Ionia del Nord, e dai due maggiori centri artigianali della Grecia, Atene e Corinto, che occupano lo spazio commerciale lasciato libero dalle città della Grecia dell’Est. L’assimilazione e la rielaborazione di queste diverse componenti, spesso ricomposte in chiave eclettica su un substrato tasio che già nel corso del VII secolo aveva trovato espressione, costituiscono le radici di un linguaggio figurativo locale d’età arcaica ben riconoscibile e maturo che ha nella Dame au polos, tipo esclusivamente tasio, la sua migliore espressione (Group V-A, Type 1673, pp. 342-356).

 

          Il processo di assimilazione, rielaborazione e creazione dei diversi tipi, ossia lo sviluppo di una produzione locale, è strettamente connesso a esigenze di tipo religioso, al significato che il dono votivo acquista nel rapporto tra dedicante e divinità. Sulla lettura del sistema votivo dell’Artemision tasio in età arcaica verte uno dei capitoli finali del volume (parte III, cap. I, pp. 569-604) che offre interessanti spunti di riflessione. In primo luogo, in relazione al significato di alcune immagini femminili – specificamente figure sedute e protomi – che vengono più frequentemente interpretate come divinità, la studiosa propone di considerare anche queste come rappresentazioni di mortali, distinguendone lo status sulla base del copricapo (polos per le figure di una certa importanza sia all’interno del santuario che all’interno di una famiglia, diadema e velo per giovani spose e per fanciulle nubili pronte per il matrimonio), in linea con quanto espresso da A. Muller in un recente articolo sulle protomi. (1)  

 

          Delineata quindi la stretta connessione tra figura votiva e status – inteso soprattutto come classe d’età – del/della dedicante, la ricomposizione del sistema votivo del santuario tasio dedicato ad Artemide configura una religiosità legata ai passaggi d’età, sia femminili che maschili, sfera d’azione privilegiata della divinità. Le epiclesi con cui la dea è conosciuta a Taso (Eileithyia, Polo), seppure attestate in documenti cronologicamente più tardi, ne sottolineano lo stretto legame con le tappe fondamentali della vita degli individui, dall’infanzia alla maturità, e dunque con la strutturazione stessa della società arcaica. L’A. ricolloca all’interno di questo quadro le diverse tipologie di figure antropomorfe e non, definendone il significato in rapporto agli ambiti d’intervento di Artemide.

 

          Contributo fondamentale alla conoscenza di un importante settore della coroplastica greca, il volume di S. Huysecom-Haxhi è un esempio di rigorosa metodologia di classificazione e studio delle terrecotte votive, metodologia che – mai fine a sé stessa – diviene nelle mani dell’A. uno strumento efficace per la concreta storicizzazione della produzione tasia d’età arcaica e per la comprensione degli aspetti, per noi così suggestivi, dell’archeologia della religione.

 

  

[1] A. Muller, Le tout ou la partie. Encore les protomés : dédicataires ou dédicantes ?, in La donatrice, l’offrante et la déesse, Kernos suppl. 23 (2009), 81-95. Ma si veda anche un articolo a doppia firma : S. Huysecom-Haxhi, A. Muller, Déesses et/ou mortelles dans la plastique de terre cuite. Réponses actuelles à une question ancienne, in Pallas 75 (2007), 231-247.