Elayi, J. - Elayi, A.G.: The Coinage of the Phoenician City of Tyre in the Persian Period (5th-4th Century BCE), (Orientalia Lovaniensia Analecta 188 Studia Phoenicia, 20)
518 p. + 51 pl., ISBN 978-90-429-2202-0, 85 euro
(Peeters, Leuven 2009)
 
Compte rendu par Alessandro Cavagna, Università di Milano
(alessandro.cavagna@unimi.it)

 
Nombre de mots : 2381 mots
Publié en ligne le 2010-06-22
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          Dopo Le Monnayage de la cité phénicienne de Sidon à l’époque perse del 2004 (“Transeuphratène” Supplément 11) Josette Elayi e Alain G. Elayi pubblicano, a distanza di cinque anni e per i tipi di Peeters, The Coinage of the Phoenician City of Tyre in the Persian Period (5th-4th Century BCE).

 

          Il lavoro si apre con una Introduzione (pp. 7-24) al cui interno gli Autori presentano gli elementi costitutivi del più ampio corpus sulle monetazioni di età persiana in area fenicia – di cui fa parte il lavoro qui segnalato –, evidenziando come la scelta di approfondire la storia delle zecche di Sidone, Tiro, Byblos e Arwad sia stata dettata essenzialmente dal fatto che solo da queste città derivi una produzione definibile con una certa chiarezza. Dopo aver ricordato la sequenza degli studi chiave sulla monetazione tiria, gli Autori dedicano poi alcune pagine all’esposizione delle difficoltà connesse con l’elaborazione del presente corpus sulla monetazione tiria. In particolare, viene così sottolineato quanto il reperimento dei materiali possa essere stato limitato da pubblicazioni incomplete nel riferire i dati necessari oppure da catalogazioni mancanti di fotografie o con immagini di pessima qualità; inoltre, è evidenziato come l’impossibilità di utilizzare notizie da scavi per la maggior parte delle monete – perché assenti o perché gli strati persiani della città attendono indagini approfondite – si sia opposta spesso a una più completa razionalizzazione del corpus; infine, gli Autori rilevano che, a sfavore di un più organico reperimento dei materiali, si siano spesso mosse anche le difficoltà politiche delle zone oggetto di studio e l’ostilità di alcune istituzioni (e su questo la sezione Acknowledgments si presta a disegnare chiaramente la cartina degli istituti e degli enti che hanno mostrato la loro piena disponibilità).

 

          Il primo Capitolo (Catalogue of the Tyrian coins: pp. 25-200) rappresenta il cardine dell’intero lavoro: infatti, sono qui analizzate, elencate e descritte le 1.814 monete tirie di età persiana su cui è stata costruita la successiva discussione. Di ogni moneta, catalogata cronologicamente secondo serie e nominali, viene così offerta una descrizione accurata comprendente i legami di conio, la tipologia di Diritto e di Rovescio, il peso, il modulo, l’orientamento degli assi, il luogo di conservazione e una specifica storia bibliografica del pezzo. Parte delle monete (evidenziata da un asterisco) è stata, inoltre, riproposta fotograficamente nelle utili e chiare 51 Tavole collocate a chiusura del volume.

 

          Con il secondo Capitolo (Study of dies and relative chronology: pp. 201-220) gli Autori procedono nell’analisi – definita essenzialmente numismatica – dei materiali in precedenza catalogati. In tal senso, le monete sono state raggruppate in tre distinti macro-gruppi. Il Gruppo I (I.1), comprendente shekels e varie pezzature inferiori, è caratterizzato al Diritto dalla presenza di un Delfino su onde (in numero variabile in base al nominale), mentre il Rovescio porta una civetta volta a destra, con testa affacciata, scettro e flagello dietro all’ala sinistra; solo i piccoli pezzi da mezzo sedicesimo di shekel vennero invece connotati al Rovescio da una rosetta con 8 petali, forse al fine di differenziare tale pezzatura dai poco più pesanti sedicesimi di shekel. Allo stesso Gruppo I, sebbene vi siano minime differenze (come, ad esempio, sui mezzi sedicesimi di shekel il tipo a rosetta venne sostituito dal tipo a testina di leone), viene ascritta la serie I.2 con simile rovescio ma con civetta in incusione all’interno di una simile forma (e al riguardo della tecnica di produzione si vedano le pp. 292-294). Accanto a un’attenta requisitoria finalizzata a definire la recenziorità di una serie rispetto all’altra, per le monete del Gruppo I gli Autori hanno inoltre offerto un accurato dettaglio della lettura dei legami di conio (esemplificata nelle figg. 2-6 alle pp. 463-465), sulla cui base è stata definita nella sostanza la limitata ampiezza di volume per entrambe le serie. Nel Gruppo II, invece, se il rovescio rimase tipologicamente inalterato (ma con scomparsa dell’incuso), il Diritto venne composto da una divinità su cavallo marino alato sopra a linee di onda (variabili e non strettamente connesse con il nominale) e a un piccolo delfino. Il gruppo a sua volta è suddiviso sulla base dello standard utilizzato (dapprima il fenicio e in seguito il cosiddetto attico) e sulla base della presenza di una iscrizione. Anche la fabbrica dei conî (“thick fabric” e “flat fabric”), argomento a lungo dibattuto e spesso utilizzato come elemento di datazione, trova nuovo spazio di discussione e, proprio grazie all’identificazione seriale per conî, J. Elayi e A.G. Elayi hanno potuto alfine portar prove per una più certa identificazione del rapporto tra “stili”. Come nella precedente sezione, anche in questo caso vengono illustrati attentamente i legami tra i conî delle monete catalogate, legami poi schematizzati nelle figg. 7-12 alle pp. 466-478 (monete anepigrafi e standard fenicio: serie II.1.1; monete con iscrizione e standard fenicio: serie II.1.2; monete con iscrizione e standard “attico”: serie II.2.1). Chiude il capitolo una terza sezione (Gruppo III) al cui interno sono state raggruppate le serie di difficile collocazione: ne fanno parte alcune emissioni argentee e 78 esemplari in bronzo che probabilmente vennero coniati durante l’ultima fase della monetazione persiana di Tiro in sostituzione dei nominali in argento più piccoli.

 

          Il terzo capitolo (Analysis of the monetary inscriptions: pp. 221-252) viene invece costruito attorno allo studio delle iscrizioni presenti sul numerario tirio, incentivando l’incontro tra discipline raramente in comunicazione quali la numismatica e la linguistica semitica. Dopo una breve rassegna sulla storia degli studi in merito, la sezione è scandita in un primo paragrafo dedicato a una precisa requisitoria attorno alle leggende monetali (“the written mark of the minting authority”): in tal modo, la monetazione tiria viene distinta in una prima fase, quando probabilmente fu la definizione del nominale a trovare posto nel campo della moneta, e in una seconda, quando al rovescio fecero la loro comparsa la data di regno e il nome abbreviato del regnante. Dopo un secondo paragrafo incentrato sull’analisi dei rari graffiti monetari, una terza sezione è dedicata alla presentazione e alla descrizione delle contromarche considerate come non ufficiali e di origine privata (forse apposte da chi più usufruiva della moneta ossia “testers, bankers and changers”). L’analisi paleografica condotta sui materiali tirii viene, inoltre, inserita nel poco più vasto repertorio di iscrizioni tirie di età persiana e confrontata direttamente con le leggende monetali presenti sulle produzioni delle altre zecche fenicie (si vedano anche le figg. 21-28 alle pp. 482-489). Chiude il denso capitolo una prospezione sui poco indagati aspetti socio-culturali desumibili dalla presenza di una scrittura su moneta, da cui sembrerebbe dedursi un quadro di maggior acculturamento del mondo tirio (“many users of the coins was literate, if not educated”).

 

          Argomento del quarto Capitolo (Analysis of iconography: pp. 253-280) è lo studio degli aspetti iconografici – principali o secondari – che vennero scelti per la concreta rappresentazione della città. Sono così stati considerati i pochi soggetti utilizzati (1. La civetta; 2. Il delfino; 3. Il cavallo marino; 4. La divintà; 5. La conchiglia; 6. La testa di leone; 7. La testa di ariete; 8. La rosetta; 9. La crescente lunare in contromarca) in quella che deve innanzitutto essere definita come una monetazione sostanzialmente conservativa sotto l’aspetto tipologico. Di ogni elemento iconografico gli Autori hanno così fornito un approfondimento finalizzato alla decifrazione della discussa origine dei tipi, al riconoscimento delle specie animali rappresentate, alla definizione della accertata evoluzione stilistica generale e seriale, alla ricerca (raramente sicura) del significato simbolico sotteso alla scelta di determinati argomenti rappresentativi. Al proposito della generale conclusione del capitolo, focalizzata attorno al riconoscimento del panorama culturale di riferimento, non si può che essere d’accordo in quanto viene qui ribadita ancora una volta l’idea della profonda identità e identificazione – anche al di fuori del mondo greco – tra moneta e città.

 

          Partendo dal presupposto secondo il quale “a coin must studied as a whole”, in The Tyrian monetary workshop, capitolo quinto del lavoro (pp. 281-310), vengono ampiamente indagate le questioni relative alla produzione monetaria. Dopo una iniziale analisi delle fonti di approvvigionamento dei metalli (con la consapevolezza che Tiro poté utilizzare argento e bronzo solo a seguito dell’importazione di metallo grezzo o grazie al riciclo di monete straniere), gli Autori proseguono ripercorrendo l’intero processo che dal metallo portò alla moneta coniata: così – sulla base essenzialmente dell’osservazione delle monete – sono stati analizzati in modo ampio ed esaustivo i flans, i conî, l’atto della coniatura, le possibili alterazioni legate o meno al processo di produzione e l’organizzazione del lavoro della zecca. Di particolare importanza la sezione finale del capitolo (pp. 305-310) in quanto viene qui considerato il problema dei quantitativi di produzione. In particolare, gli Autori si sono soffermati sugli anni di regno di ‘Ozmilk in quanto, accanto al grande numero di conî osservati, è possibile procedere in questo caso a una classificazione precisa dei materiali: ne è così risultato un utilizzo medio di 7 conî (“at least”) per anno, dato che risulta di certo interessante, soprattutto se confrontato con la produzione complessiva di circa 3 conî all’anno calcolata per Sidone durante i regni di ‘Abd‘aštart I (365-352 a.C.) e di Mazday (353-352 a.C.).

 

          Il problema della metrologia tiria (Metrological study: pp. 311-321) viene ripreso in considerazione da J. Elayi e A.G. Elayi, dopo alcuni precedenti interventi al proposito, nel sesto capitolo dove, oltre a ragguagliare il lettore sul sistema adottato dalla città, è possibile ritrovare un ampio spettro di riflessioni sul metodo, la tecnica e i calcoli statistici attraverso i quali uno studioso può procedere nel tentativo tentare di ricostruire gli standard ponderali antichi. A ciò segue poi la diretta applicazione di tali principi per la definizione dei pesi tirii, da cui se ne trae che lo shekel tirio originariamente sarebbe stato emesso su un piede di g. 13,56, poi alleggerito a g. 8,77. Riguardo alla comune definizione di tale secondo peso come “attico” gli Autori si mostrano – e a ragione – assai prudenti riconoscendo che si sarebbe trattato di “a progressive devaluation with respect to the original 13.56g silver coin together with a very probable alignment on the Attic standard” (p. 320). Dopo la definizione del peso dello shekel vengono analizzati anche i pesi standard degli altri nominali, a cui segue un brevissimi paragrafo sulle emissioni enee.

 

          Con il settimo e ultimo capitolo del lavoro (The coinage of Tyre and the history of the city: pp. 323-389) si giunge, infine, a una analisi della monetazione tiria in prospettiva più strettamente storica. Il lungo percorso seguito dagli Autori viene inaugurato da una indagine delle forme pre-monetali utilizzate dalla città: il problema centrale di questa sezione, analogamente a molti altri casi, riguarda la definizione delle cause che poterono portare Tiro a ritardare l’adozione della moneta, pur essendo la città in possesso delle condizioni materiali e tecniche per dare avvio a una produzione prima del ca. 450 a.C. e pur essendo toccata direttamente dalla circolazione di numerario straniero (principalmente civette ateniesi). L’analisi, condotta su quel lungo periodo che dal crollo delle economie di palazzo portò all’evolversi di economie più propriamente di natura civica, evidenzia così ancora una volta che il sistema di scambio “mainly based on weighed silver, completed by counted silver and barter” (p. 328) funzionasse perfettamente anche nel confronto con mondi monetizzati, essendo la moneta in primis un oggetto di argento. Vengono riprese quindi le importanti conclusioni già di Georges Le Rider per cui la sopravvivenza del sistema del metallo a peso risolvesse – e con soddisfazione dei contraenti – le necessità dell’acquisto e della vendita, dell’accumulazione della ricchezza e della definizione dei valori. A questo primo quesito non può che fare da contrappeso il successivo dilemma: quando e perché allora si introdusse la moneta coniata a Tiro? Sulla base della lettura offerta dei ripostigli monetali Elayi ed Elayi ritengono che il 450 a.C. possa essere considerata come una data assai prossima all’inaugurazione della prima fase produttiva della zecca tiria. Per Tiro, inoltre, viene avanzata l’ipotesi che la spinta essenziale all’adozione di una monetazione cittadina sia derivata essenzialmente da questioni belliche e dalla necessità di costruire e mantenere una flotta. A questo primo aspetto di ordine militare, ma che in realtà non tace degli aspetti fiscali connessi (pp. 333-334: “these cities possibly tried to take fiscal advantage of the difference between the value of raw silver and the official rate of exchange of their currency”), gli Autori affiancano altre importanti considerazioni: in primo luogo, viene così discussa la funzione “politica” della nascita di una monetazione e, nonostante che Tiro fosse sottomessa all’impero persiano, pare accertato che il diritto di coniazione concesso dal governo centrale poté probabilmente rappresentare il migliore stendardo di una autonomia cittadina più ampiamente riconosciuta. L’ipotesi della connessione tra flotta e moneta viene poi seguita dagli Autori, con grande difficoltà a causa della carenza delle fonti storiche relative, anche nei paragrafi dedicati specificamente alle successive fasi della monetazione tiria: così attorno a questo elemento viene intrecciata la discussione sul limitato Gruppo I.2, collocato genericamente nell’ultima parte del terzo quarto del V sec. a.C., e sul Gruppo II.1.1 (ca. 425-394 a.C.), serie quest’ultima con nuova tipologia di diritto connessa – suggeriscono cautamente gli Autori – con un cambiamento politico (“a change of a king and maybe even of dynasty”). Al proposito del Gruppo II.1.2, che viene collocato tra il ca. 393 e il 358 a.C. sulla base della presenza di una data di regno introdotta nel 388 a.C., gli Autori avevano già in precedenza riconosciuto una minor attenzione rivolta alla fabbricazione della moneta e una diminuzione del titolo dell’argento: tali elementi “tecnici” vengono ora ricongiunti alle numerose difficoltà politiche e storiche della città, qui analizzate con estrema ampiezza e dovizia di particolari (dall’impresa di Evagora ai movimenti persiani di riconquista, alla discussa rivolta di schiavi ricordata da Giustino). Le serie del Gruppo II.2 (357-333/332 a.C.) sono caratterizzate, come già è stato detto, dall’adozione dello standard “attico” e senza ombra di dubbio sono le meglio conosciute, in quanto riferibili per lo più agli anni di regno di ‘Ozmilk: nonostante tale dato, resta tormentata la conoscenza del periodo storico che dalla rivolta di Mazday e dalla repressione persiana porta in seguito alla conquista della città da parte di Alessandro. Con le ultime e discusse serie di ‘Ozmilk e con un brevissimo excursus sulla datazione dei primi stateri d’oro e dei primi tetradrammi d’argento macedoni battuti a Tiro si chiude, con il capitolo, anche la storia della monetazione persiana.

 

          Il lavoro viene poi completato da una breve Conclusione (pp. 391-395), per lo più riassuntiva del lungo percorso seguito, da due Appendici, la prima sui ripostigli monetali (pp. 397-402) e la seconda su monete false o di dubbia autenticità (p. 403), e da una ampia ed esaustiva bibliografia (pp. 405-430).

 

          L’ampiezza, la profondità e la completezza di lettura offerte dagli Autori in questa opera, sicuramente futura pietra miliare negli studi di settore, non possono essere di certo racchiuse nelle brevi notazioni qui proposte. Di certo, però, l’importanza di questo saggio non deve restare limitata alla lettura offerta sulla monetazione tiria di età persiana (fatto, d’altro canto, di per sé di estrema importanza): è sul metodo che il lavoro esprime, infatti, la sua massima efficacia. Con profondità, precisione e ampiezza la moneta, infatti, viene declinata e definita secondo tutte le sue componenti e i suoi significati, dall’aspetto iconografico a quello metrologico, dal peso storico ed economico al significato simbolico, offrendo così una visione complessiva non solo della produzione della zecca di Tiro ma di ciò che poté rappresentare il fatto monetale per una città antica.