Biville, F. - Decourt, J.-Cl. - Rougemont G.: Bilinguisme gréco-latin et épigraphie. Actes du colloque de Lyon des 17-18 et 19 mai 2004, 348 p., CMO 37, Epigr. 6, ISBN 978-2-35668-000-6, 2008, 32 €
(Maison de l’Orient et de la Méditerranée – Jean Pouilloux, Lyon 2008)
 
Compte rendu par Filippo Canali De Rossi, Liceo Classico Dante Alighieri, Roma
(filippocanali@libero.it)

 
Nombre de mots : 2388 mots
Publié en ligne le 2010-10-25
Citation: Histara les comptes rendus (ISSN 2100-0700).
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          In questo volume sono raccolti gli atti di un convegno sul bilinguismo greco-romano nel mondo antico, col quale si è inteso valorizzare la documentazione epigrafica, al fine di superare sia la tradizionale divisione fra studiosi del mondo greco e studiosi del mondo romano, sia quella fra specialisti di diverse discipline, quali la linguistica da una parte, l’epigrafia e la storia dall’altra.

 

          Alcune dei risultati più importanti conseguiti nella redazione di questi atti sono evidenziati nelle conclusioni di J.-L. Ferrary (p. 321-327): ad ogni modo converrà riportare sia pur sommariamente il contenuto dei sedici contributi, che sono tutti in lingua francese e preceduti da un breve riassunto bilingue (inglese e francese).

 

          Dopo una breve introduzione dei curatori, il saggio di A.D. Rizakis, Langue et culture ou les ambiguïtés identitaires des notables des cités grecques sous l’empire de Rome (p. 17-34) spazia su varie situazioni di bilinguismo nell’ambito dell’impero romano, per poi incentrarsi sulla progressiva romanizzazione delle élites greche in età imperiale, contrassegnata dalla diffusa adozione dei tria nomina e, almeno nel caso dei maggiori intellettuali, anche dall’apprendimento del latino. Nel riassunto inglese sono presenti alcuni refusi; l’ordine alfabetico della bibliografia presenta qualche trasposizione alla lettera ’S’.

 

          F. Biville, Situations et documents bilingues dans le monde gréco-romain (p. 35-53) inserisce il fenomeno del bilinguismo greco-latino in un contesto complesso, ove frequentemente tali lingue sono affiancate da una lingua locale, sia essa il celtico, il punico, l’egiziano, l’ebraico o il palmireno. Paradossalmente la divisione più forte potrebbe divenire quindi quella fra il greco/latino parlato dalle classi dominanti e le lingue ’barbare’, parlate dal resto della popolazione. L’Autore passa poi in rassegna le prime testimonianze della diffusione della lingua greca in Italia (inclusa l’iscrizione di Osteria dell’Osa: per essa ho suggerito la lettura ’NIKE’; a p. 42, nota 23 nota che la lettura bacchica dell’iscrizione è EVOIN) e della lingua latina nel mondo greco. Nell’ambito delle iscrizioni bilingui – osserva l’autrice – è opportuna la distinzione fra quelle che sostanzialmente ripetono nelle due lingue la medesima informazione, ed altre che operano una alternanza nell’uso delle due lingue per offrire informazioni distinte (code-switching), mentre altre volte i due codici tendono a confondersi in un’unica espressione, facendo venir meno una netta distinzione fra le due lingue.

 

          C. Hasenohr, Le bilinguisme dans les inscriptions des magistri de Délos (p. 55-70) si occupa di circa trenta iscrizioni bilingui poste in Delo dalle associazioni di mercanti italici che avevano il nome Hermaistae, Apolloniastae, Competaliastae e Poseidoniastae. Queste erano governate da magistri, termine privo di un equivalente e che pertanto non viene tradotto in greco. In altri casi anche nella redazione del testo greco si registra una influenza del latino, ad esempio nell’uso del dativo in luogo dell’accusativo per indicare la persona onorata, o viceversa. Un altro fenomeno è costituito dalle iscrizioni poste da magistri usciti di carica che si qualificano, ma solo nel testo greco, attraverso l’uso del participio genómenoi. Nel testo, in nota e in bibliografia il nome dello studioso italiano Poccetti viene costantemente privato di una ’c’. A p. 60 c’è un refuso nell’iscrizione greca ID 2076.

 

          D. Rousset, Usage des langues et élaboration des décisions dans le « monument bilingue » de Delphes (p. 71-108) studia le due iscrizioni ben distinte contenute sul medesimo supporto del cosiddetto ’monumento bilingue’ di Delfi. Come apprendiamo da un testo inciso sul pilastro di Lucio Emilio Paolo, tredici abitanti di Delfi, scacciati in esilio, si erano presentati al senato per denunciare le malversazioni compiute dalla fazione nemica (cf. F. Canali De Rossi, Le ambascerie dal mondo greco a Roma, nr. 171): il senato delegò l’Anfizionia a giudicare e in una serie di 8 documenti abbiamo le sue articolate decisioni, formulate in una lingua che alterna forme della koinè a quelle della cosiddetta koinà (il dialetto dorico), con inserzione di parole e costruzioni derivate dal latino. L’altro documento è il testo bilingue di una lettera scritta da Gaius Avidius Nigrinus, legato di Traiano che aveva esaminato le controversie territoriali che opponevano i Delfi ai loro vicini e rende qui le sue decisioni. Si riscontrano alcune significative divergenze fra le due versioni, del cui testo vengono riprodotte alcune sezioni.

 

          É. Bauzon, L’épigraphie funéraire bilingue des Italiens en Grèce et en Asie, aux IIe et Ier s. av. J.-C. (p. 109-128) considera le epigrafi funerarie di Romani ed Italici defunti in Oriente nella prima fase della occupazione romana: la maggior parte delle circa 200 iscrizioni vennero redatte in greco, alcune in latino, mentre nove sono appunto le bilingui conosciute, di cui tre provenienti dall’isola di Renea, due da Atene e da Tessalonica, una da Cizico e una da Efeso. Dato il numero assai esiguo di testi una speculazione in termini quantitativi è fuor di luogo, ma una quantità di osservazioni può essere tratta dalla lettura comparato del testo greco e latino di ciascuna, quali ad esempio l’omissione dell’etnico Lanuvinus nel testo greco della prima iscrizione. A p. 122, penultima riga, la forma corretta del cognomen è Publeianus.

 

          M. Hatzopoulos, Le grec et le latin dans les inscriptions de Béroia (p. 129-139) anche con riferimento alla persistente presenza di popolazioni di lingua neolatina (Valacchi) nella penisola balcanica, esamina l’uso del latino nelle iscrizioni di Beroia, da lui stesso recentemente raccolte: fra queste figurano alcune lettere imperiali, un paio di iscrizioni onorarie ed alcuni miliarii; se tra le circa 250 iscrizioni funerarie di età repubblicana o alto-imperiale trovate nel territorio di Beroia abbiamo un solo testo bilingue e tre in latino, altrettanti ne abbiamo, su un campione di sole 34 iscrizioni tardo-antiche, per la età successiva. Dai testi si possono ricavare una serie di interessanti osservazioni, quali l’uso di un alfabeto misto e segni di una evoluzione fonetica e morfologica che prelude alle lingue romanze. Nelle iscrizioni greche d’altra parte si fa evidente l’influenza della lingua latina, in una serie di vocaboli – pertinenti in genere all’ambito della amministrazione e dell’esercito – che non vengono tradotti ma solo traslitterati. A p. 134, seconda riga, i termini evocati non sembrano riferirsi ai giochi del circo, quanto a quelli dell’anfiteatro.

 

          G.B. Galdi, Aspects du bilinguisme gréco-latin dans la province de la Mésie inférieure (p. 141-154) prende in considerazione l’epigrafia della cosiddetta Scizia minore, il versante pontico della Mesia comprendente le antiche città di Istros, Tomis e Callatis. Penetrati in questa regione nel corso della terza guerra mitridatica, i Romani attorno al 15 a.C. vi fondarono la provincia della Mesia. Di circa 1500 iscrizioni poco meno di due terzi sono greche e oltre un terzo latine, mentre le bilingui ammontano a 27 esemplari. Dall’analisi del formulario emergono alcune contaminazioni fra le due lingue, ad esempio nella confusione che si riscontra fra l’impiego dell’accusativo (secondo la prassi greca) e quello del dativo (secondo la prassi latina) nelle iscrizioni dedicatorie. Altri fenomeni riguardano questioni fonetiche, ma in generale i testi latini appaiono maggiormente soggetti a deviazioni dalla norma grammaticale.

 

          C. Dobias-Lalou, Sur quelques faits de bilinguisme gréco-latin dans le corpus épigraphique cyrénéen (p. 155-168) indaga le fasi di penetrazione della epigrafia latina nell’ambito di una regione culturalmente greca quale la Cirenaica: nella epigrafia greca va poi tracciata una distinzione fra i documenti redatti nel dialetto locale, dorico, e quelli iscritti nella koiné. L’autrice rileva che la prima fase di bilinguismo greco-latino corrisponde alla istituzione della provincia: di particolare interesse è un decreto onorifico di Cirene per un personaggio di nome Alexsis, che a più riprese a dimostrato il suo amore per i Romani (di tale decreto mi sono occupato in "Africa Romana" XIII, 1497-1503). Un secondo nucleo di documenti (teoricamente) bilingui è costituito dai 5 editti augustei di Cirene, dalla lettura del cui testo greco emergono una quantità di osservazioni. Infine una contesa relativa ai confini dell’ager publicus lasciato in eredità ai Romani da Tolemeo Apione (96 a.C.), produsse il successivo intervento degli imperatori Claudio, Nerone e Vespasiano, generando una quantità di cippi bilingui che, sancendo l’operato del legato Acilio Strabone (Tac. Ann. XIV, 18), delimitavano i territori in oggetto.

 

          C. Brélaz, Le recours au latin dans les documents officiels émis par les cités d’Asie mineure (p. 169-194) dopo aver riscontrato la larga diffusione del greco nelle relazioni politiche fra Roma e le comunità delle provincie orientali, prende in considerazione alcune interessanti iscrizioni onorifiche latine per negotiatores (in età repubblicana) o per notabili locali dotati di cittadinanza romana (in età imperiale); altre volte sono gli stessi esponenti della famiglia imperiale ad essere onorati in latino. Carattere bilingue possono avere anche dediche di privati, mentre una complessa varietà tipologica viene offerta dallo studio dei miliarii, sovente bilingui. Infine vengono passate in rassegna le iscrizioni che accompagnano le dediche a Giove Capitolino, poste dalle città greche a Roma: anche in questo caso la tipologia delle soluzioni linguistiche è articolata. Ritengo che l’autore della lettera citata a p. 170, nota 3, non sia ’un governatore’, bensì Pompeo Magno, cf. "Epigr. An." 32, 2000, p. 163-172.

 

          J.-B. Yon, Bilinguisme et trilinguisme à Palmyre (p. 195-211) considerando la diffusione della lingua latina in ambito palmireno, rileva l’esistenza di un piccolo numero di iscrizioni trilingui (greco – latino – aramaico), che si datano in genere dalla metà del I secolo d.C. Egli si sofferma poi su due casi particolari di iscrizioni trilingui, la prima delle quali contiene la traslitterazione latina del termine aramaico gub, variamente inteso, mentre la seconda, per Lucio Antonio Callistrato, esattore della tassa del 25%, presenta la rara attestazione di una data consolare (nella traduzione, a p. 202, è venuta meno la qualifica di tetartónes). Una sommaria rassegna delle iscrizioni di Zeugma e di Doura-Europos, mostra che la diffusione del latino era essenzialmente legata alla presenza di installazioni militari: fin dalla regione del Tigri proviene la dedica greco-aramaica posta da un legionario veterano di nome Antonio Domiziano a Zeus Marealle (Iscrizioni dell’Estremo Oriente Greco, nr. 56).

 

          D. Feissel, Écrire grec en alphabet latin : le cas des documents protobyzantins (p. 213-230) indaga il fenomeno della traslitterazione di parole greche in caratteri latini, che si riscontra in documenti bizantini a partire dal VI secolo d.C. Attraverso l’analisi di una serie di testi, che includono iscrizioni, atti conciliari, le Novelle di Giustiniano e, infine, sigilli di funzionari imperiali, egli giunge alla conclusione che l’inserzione di parole in caratteri latini, surrogando l’antica pratica di inserire vere e proprie citazioni dal latino, costituisca un mezzo per conferire al documento una sorta di autorità legislativa. Tale pratica si mantiene nella monetazione imperiale fino al X secolo.

 

J.-F. Berthet, Remarques sur le vocabulaire politique des Res Gestae Divi Augusti (p. 231-239) prende in esame il vocabolario istituzionale adoperato nelle Res Gestae, evidenziando equivalenze e difformità nell’uso delle due lingue: così ad esempio la parola imperium, a seconda del carattere oggettivo o soggettivo che può assumere viene resa di volta in volta con hegemonía o exousía, o addirittura con il concreto rhabdoi (fasces). Un altro concetto di cui in greco è possibile solo una corrispondenza approssimata è quello di auctoritas, che in un caso viene tradotto con axíoma (normalmente equivalente a dignitas), mentre in altri casi una resa diretta risulta impossibile e viene aggirata con l’uso di perifrasi.

 

          D. Vallat, Interférences onomastiques et péri-onomastiques dans les Res Gestae d’Auguste (p. 241-257) occupandosi pure delle Res Gestae si sofferma sulla diversa resa dei nomi proprî nelle due lingue: il principio base, per quanto riguarda i nomi di persona (latini o stranieri) è quello della traslitterazione, con eccezioni che riguardano la grafia del prenome (che solo in latino viene abbreviato) e alcune difformità fonetiche (ad es. una pratica irregolare nel raddoppiamento della consonante). Per quanto riguarda i toponimi si può riscontrare l’esistenza di vocaboli anche completamente diversi nelle due lingue, mentre per quanto riguarda i teónimi vale in genere il principio della equivalenza. A p. 251, decima riga, leggi Metròs. Riguardo alle conclusioni, prenderei in considerazione l’ipotesi che il redattore del testo greco delle Res Gestae sia stato l’imperatore in persona.

 

          H. Solin, Observations sur la forme grecque des indications calendaires romaines à l’époque impériale (p. 259-272) si occupa della resa delle date del calendario latino nelle iscrizioni di lingua greca: in generale il riferimento alla successiva scadenza (calende, none, idi) è reso in greco con l’uso di pró + genitivo: è però da notare che l’applicazione del calcolo inclusivo e dei numerali greci comporta, con apparente anomalia, il passaggio diretto dal terzo al primo giorno anteriore ad una data scadenza (ad es. il venerdì costituisce ’il terzo giorno’ prima della domenica, mentre non si può designare il sabato come ’secondo giorno’ anteriore). L’autore seleziona una serie di occorrenze, tratte da documenti ufficiali romani tradotti in greco, da iscrizioni greche di Roma, inoltre da graffiti parietali pompeiani, per passare infine a presentare alcuni graffiti inediti di Roma. Nel riassunto in inglese (p. 260, quarta riga), sono cadute alcune parole greche. A p. 263 il testo della iscrizione Moretti IGUR 664, a dispetto della supposizione di Mommsen dovrebbe essere conservato, cfr. analoghi esempi di Idi precedute da un alto numerale a p. 265.

 

          B. Rochette, Le bilinguisme gréco-latin dans les communautés juives d’Italie d’après les inscriptions (IIIe-VIe s.) (p. 273-304) esamina il corpus epigrafico delle comunità giudaiche di Roma e Venosa, in Apulia, per constatare che oltre il 70 % delle circa 600 iscrizioni giudaiche di Roma è redatto in greco, mentre meno del 20 % impiega il latino, percentuali che presso a poco si ritrovano (con una piccola crescita del latino) nelle catacombe giudaiche di Venosa. Attraverso le speculazioni sui motivi che stanno al fondo della scelta linguistica (in alcuni casi si trovano anche iscrizioni greche redatte in caratteri latini o viceversa), l’autore giunge alla conclusione che, mentre a Venosa la comunità giudaica si è progressivamente adeguata all’uso del latino, a Roma essa ha continuato a mantenere la lingua greca per distinguersi dalla ormai latinizzante comunità cristiana.

 

          J.-C. Decourt, Le bilinguisme des inscriptions de la Gaule (p. 305-319), studia la presenza del bilinguismo greco-latino nel contesto della Gallia, dove la lingua celtica viene scritta inizialmente in caratteri greci, ma non ha dato luogo ad alcuna bilingue gallo-greca o gallo-latina. Passando alle iscrizioni greco-latine l’autore individua una serie di gradi di interazione fra le due lingue: dalla semplice inserzione di formule funerarie o augurali (cosiddetto grado zero), alla presenza di formule più complesse nella lingua alternativa (cosiddetto primo livello), alla presenza di un testo più esteso, in alcuni casi nella forma di un epigramma (cosiddetto secondo livello); infine il terzo livello è costituito da testi propriamente bilingui, in cui la versione originale viene più o meno interamente tradotta nell’altra lingua; fra questi abbiamo una serie di iscrizioni funerarie, a cui si devono aggiungere iscrizioni considerate ’bilingui per difetto’, nelle quali un testo, pur eminentemente ’romano’ (ad es. il cursus honorum di T. Porcius Cornelianus, Inscriptions Grecques de la France, nr. 8, da Marsiglia), è stato redatto unicamente nella lingua greca.

 

          Arriviamo così alle articolate conclusioni di J.-L. Ferrary (p. 321-327), che sottolineano tanto l’attuarsi del bilinguismo greco-latino all’interno di un polilinguismo, quanto la presenza di diversi registri e sfumature anche all’interno di ciascuna delle due lingue in oggetto. La rassegna delle comunicazioni evidenzia l’ampio spettro geografico coperto e la prevalenza di alcune tematiche, quali la diffusione di atti ufficiali romani nell’ambito delle provincie orientali, e infine la non sempre scontata ricerca del ’testo originale’ all’interno di qualsiasi iscrizione bilingue.

 

          Chiudono il volume utili indici delle iscrizioni, delle citazioni di autori antichi, dei nomi e dei concetti. Il volume appare prodotto al tempo stesso con sobrietà e con eleganza. La bibliografia è riportata al termine dei singoli contributi.